Un nido
Kamak Australia
Mi siedo nella penombra di questi pochi metri quadri di stanza che sono diventati da due settimane la mia casa. La mia casa. Tocca riscriverlo per crederci.
Faccio partire della musica a bassissimo volume mentre scrivo, anche lei ha trovato una nuova casa. Ci sono musiche che appartengono a specifiche latitudini e stagioni dell’anima e le note sono cambiate da quando ho messo piede in questo continente. Il mese precedente al mio arrivo ha avuto la colonna sonora di un film d’avventura, l’adrenalina della partenza, la necessità di raccogliere le energie. Da quando ho messo piede nell’ultimo continente abitato che mi mancava all’appello, le melodie sono cambiate. Il tono è diventato intimista, malinconico. Sa di penombra, di tana.
Il mio nido, è così che chiamo questa stanza. Nido è una parola che mi piace molto, non tanto nel suo significato pratico di casa, quanto nella sua accezione figurata di luogo “generativo”. Il nido è il luogo dove si depositano le uova, dove viene generata la nuova vita, dove avviene il passaggio alla maturità.
Origine, calore, trasformazione, perdita.
La palude è il luogo per eccellenza per mettere radici, stanziarsi e nidificare: c’è cibo, c’è tranquillità, c‘è acqua. Umidità e clima stabile sono compagni fedeli della nidificazione.
Ed è proprio qui che mi sono trasferita: al Kakadu National Park, la terra natia delle popolazioni Bininj/Mungguy, aborigeni australiani e Traditional Owner. Ventimila kilometri quadrati di pianure alluvionali, savana, foreste pluviali, scarpate di arenaria, mangrovie e zone estuarine: tutti ecosistemi interconnessi fra loro.
Si trova nell’estremo Nord dell’Australia. Un luogo inospitale, così inospitale che anche i bianchi - i balanda - come li chiamano gli aborigeni, hanno fatto fatica ad arrivare fin quassù, sono arrivati tardi e quando sono approdati hanno avuto pochi interessi a stanziarsi in una terra così dura rispetto ad altre zone, permettendo alle popolazioni aborigene del Territorio del Nord di essere tra le culture meglio conservate tra gli aborigeni australiani che, nel sud, sono invece stati sterminati eliminando intere tribù.
Lo sento già, che non uscirà la stessa persona che è entrata due settimane fa. È chiaro dalle energie ancestrali di questo posto, le ho sentite fin da subito in ogni esserino, in ogni rumore di animale, in ogni goccia.
Gli aborigeni lo chiamano Dreamtime, il tempo in cui tutto era ancora avvolto nel sogno, prima che ogni cosa vivente venisse alla luce, il tempo della creazione. I sogni qui sono considerati una continuazione della realtà e questo posto ha i tratti onirici di un sogno delirante. L’acqua specchia il cielo, il prato è sospeso sull’acqua. Il giardino di casa mia è un prato che galleggia e tra quei fili d’erba ci sono milioni di piccole casine. Gli uccelli qui camminano sulle acque. Migliaia di libellule popolano il cielo e tutto si muove, tutto nidifica. Ciclicamente la terra si allaga, l’acqua per un periodo dona alla terra e agli animali tutti i nutrienti per quando si ritirerà. E ciclicamente l’acqua torna, allaga tutto, dona, la terra prende e poi aspetta. In una danza vecchia quanto è vecchio il mondo che si alterna in sei stagioni che gli aborigeni riconoscono dal vento, dal movimento degli animali.
Eppure sento che la trasformazione che avverrà in questo nido non sarà di quelle dolorose. Quelle trasformazioni le ho già attraversate e conservo il ricordo indelebile del dolore che fa la carne fresca prima di rigenerare una nuova pelle. Ho partorito così tante volte me stessa nell’ultimo decennio che è difficile dimenticarne il travaglio.
Sono in una fase diversa, la chiamo l’onda verde. È quando sei per strada e per chilometri non trovi mai un semaforo rosso. Quest’Australia per me si sta rivelando questo: un’onda verde. È stato tutto così facile da quando sono arrivata: sono atterrata, 48 ore dopo ancora con il jet leg che gravava sulla mia testa facevo il mio primo colloquio di lavoro e venivo scelta. Sono arrivata senza alcuna aspettativa se non quella di mettere da parte abbastanza soldi per poter viaggiare nelle mie mete.
Neanche nei miei sogni più vividi avrei potuto immaginare di vivere un’esperienza di mesi avendo la possibilità di vivere in uno dei luoghi più incontaminati della Terra, e ancor meno di poterlo fare ospitata dalla cultura vivente più antica della storia: sessantacinquemila anni. “Come si chiama quell’uccello che sta volando sulle nostre teste?” chiedo a B. Sessantacinquemila anni, me lo ripeto come un mantra ogni volta che faccio domande ai miei colleghi aborigeni e mi insegnano qualcosa.
Ma non è fortuna quella che sto trovando lungo la strada. Tutto quello che incontro ha il sapore di una ricompensa. Sento di aver seminato così tanto negli ultimi anni che è tempo di raccolta. E per raccogliere occorre un luogo dove immagazzinare e conservare, tenere al caldo, prendersi cura del raccolto.
Occorre un nido. E ora ce l’ho.
Grazie Australia. Anzi, voglio dirlo in lingua Kunwinjku,
Kamak Australia.
Cosa faccio nel pratico?
Lavoro in un camping come receptionist, accolgo i turisti, prenoto per loro tour che possono fare in zona. Abbiamo anche un centro culturale di cultura aborigena, avrò la fortuna di lavorare anche lì. La città più vicina, Darwin, è a 4 ore di macchina e 6 di autobus. Questo posto è in cogestione tra tre sorelle aborigene e un australiano. In Australia, dopo anni di soprusi e di lotte, gli aborigeni hanno raggiunto grandi diritti, ve ne parlerò in futuro nel dettaglio. Ma per darvi un’idea: le tre sorelle sono Traditional Owners, per la legge australiana significa che hanno pieno diritto di cacciare via qualsiasi organizzazione o struttura che non rispetti il proprio territorio o di non dare proprio il permesso di iniziarla.
P.s. Questo diario sarà sempre accompagnato dalle parole di altri, perché alla fine sono questo: un’accozzaglia di libri letti, suoni ascoltati, film visti, foto scattate e osservate, viaggi, trash e meme scadenti. Prendeteli come una lista non richiesta di consigli i cui titoli troverete alla fine:
un libro 📚 The Little Red Yellow Black Book - An introduction to Indigenous Australia
una canzone 🎵 C’mon Tigre, Giovanni Truppi - Sento un morso dolce.
Una canzone che è un viaggio onirico. Chiudete gli occhi e immaginate i soggetti descritti sentendo attentamente la musica, andrete da altre parti senza muovervi.
una fotografa 📷 Francesca Woodman.
Sperimentava autoritratti utilizzando specchi e lunghe esposizioni creando un effetto surreale.
un film 🎞️ Come in uno specchio - Bergman
Un sogno da svegli.




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